ALIMENTAZIONE E RIABILITAZIONE NEI DIVERSAMENTE ABILI


Una delle maggiori difficoltà che i soggetti affetti da disabilità e gli addetti ai lavori in ambito nutrizionistico e riabilitativo (specialisti in dietologia, in medicina dello sport, in medicina interna, cardiologi, psicologi, dietisti, fisioterapisti, trainers, ecc.), sono costretti ad affrontare appare sicuramente quello alimentare e quello motorio.

La “riabilitazione nutrizionale ”, classicamente, era di pertinenza del cittadino medio con problemi di sovrappeso, o l’atleta, agonista o amatore, e persino il soggetto reduce, per esempio, da un accidente ischemico,e ancora, l’adolescente con difficoltà d’identità corporea.
E il disabile?
Rientra a pieno titolo in questo protocollo. E a maggior ragione se pratica attività motoria.
Appare, dunque, in quest’ambito, estremamente importante individuare un corretto programma alimentare da associare a quello dinamico.
Dov’è la difficoltà?
La vera difficoltà, di ordine generale, si realizza nel momento in cui si decide di trasferire questo messaggio verificando che, all’origine, esiste da sempre un problema di comunicazione per quel che concerne la nutrizione.

Un disagio imbarazzante, perché, per alcune condizioni (la sindrome metabolica su tutte) questa latitanza d’informazione si traduce in un indice elevatissimo in termini di morbilità e di mortalità. E i disabili, in linea con le comuni tendenze culturali, ormonali e psicologiche , incorrono nelle stesse fragilità: eccessi alimentari, diete ipercaloriche, fast food, eccessi di grassi e zuccheri, e soprattutto ridotta attività motoria.
Quest’ultima, quando non impossibile, appare non solo uno strumento per uscire dall’isolamento della disabilità e per vivere esperienze associative e socializzanti, ma anche l’arma più raffinata e potente per la prevenzione di patologie molto diffuse. E lo vincola a una dieta conseguente.

Nella classificazione ICF (International Classification of Functioning, Disability and Health) la disabilità può essere considerata come” la conseguenza o il risultato di una complessa relazione tra la condizione di salute di un individuo e i fattori personali e ambientali che rappresentano le circostanze in cui vive l’individuo”.
In Italia vivono circa 2.800.000 disabili, di cui circa un milione sono gli uomini e poco meno di due milioni le donne. Il numero di disabili che vive in famiglia è di circa due milioni e 615 mila unità, pari al 4,85% della popolazione (ultime stime ISTAT). Di questi, circa un milione sono disabili motori.
Si delinea un contesto che coinvolge principalmente le famiglie e coloro i quali assistono a vario titolo i diversamente abili. Deve essere pertanto ben chiaro che le risorse professionali, strutturali e logistiche disponibili in qualsiasi struttura pubblica o privata vanno strutturate anche per l’assistenza al disabile. E la Scienza dell’alimentazione rappresenta un punto centrale di questa strategia.

I benefici che il soggetto disabile può ottenere seguendo una dieta corretta ed equilibrata, attuando una costante e regolare attività motoria, sono sicuramente molteplici.
L’aspetto preventivo è sicuramente quello più importante. Analizziamoli con molta attenzione:

- Il miglioramento del tono dell’umore, con riduzione dell'eventuale stato depressivo; il recupero della propria identità corporea e dell’autostima.
- L’incremento delle masse muscolari degli arti superiori e del tronco, con evidente riflesso sul recupero della funzionalità motoria residua.
- La riduzione del peso corporeo e di conseguenza, della percentuale di grasso totale e di quello localizzato in distretti “critici”, con atteso aumento della massa muscolare al di sopra della regione lesionata.
- Il miglioramento della funzionalità respiratoria, con aumento della ventilazione e la conseguente diminuzione degli episodi infettivi broncopolmonari.
- La prevenzione e la cura della funzionalità cardiocircolatoria, con riduzione della frequenza cardiaca e l’aumento dell’inotropismo cardiaco. Da non trascurare anche una correlata diminuzione della quota di colesterolo e trigliceridi nel sangue (tutto questo si traduce in una riduzione considerevole dell’incidenza d’ipertensione, coronaropatie, osteoporosi, diabete, accidenti vascolari, ecc.).
- Una consistente riduzione degli edemi a livello degli arti inferiori.
- Una conseguente rarefazione del consumo di farmaci e delle ospedalizzazioni per co-morbilità.

Nella diagnostica appare subito evidente che il rischio di malnutrizione per difetto o per eccesso è l’aspetto trasversale che sicuramente interessa tutti i tipi di disabilità. Per cui, la valutazione dello stato di nutrizione della persona disabile deve essere un passaggio obbligato dell’approccio clinico.Il disabile rientra, in ogni caso, nei parametri comuni a tutti i pazienti.
La strategia più aggiornata si realizza nella valutazione comparativa dei dati antropolicometrici, associati a uno screening ematologico, cardiovascolare e spirometrico. Il nucleo centrale viene, però a essere incentrato sulla valutazione della composizione corporea, attraverso l’esame impedenziometrico, che definisce, con buona approssimazione e, in integrazione con tutti i dati clinici, l’andamento della composizione corporea ( massa grassa e massa magra) e, di conseguenza, dello stato d’idratazione.

A completamento uno studio ecografico del grasso sottocutaneo e dello spessore muscolare. L’impostazione dietetica si definisce in relazione al singolo individuo, alla propria disabilità e soprattutto nell’analisi della qualità e della quantità dell’impegno motorio.
Vanno, poi, eventualmente individuate e corrette da subito, le eventuali interazioni farmaco-nutriente. La valutazione e il monitoraggio dello stato nutrizionale e del rischio di malnutrizione devono far parte della valutazione generale e devono essere sempre inseriti nel management del soggetto, affetto o meno da disabilità.

Nel caso di soggetti impegnati in attività agonistiche, il discorso è sovrapponibile, per i disabili come per i non disabili: non bisogna assolutamente avere l’affanno di dover essere costretti a inseguire una forma corporea imposta da diktat mediatici, e quindi, come tali, irraggiungibili e irreali. Per la mia modesta esperienza, traggo conforto, e la clinica me lo conferma, dalla constatazione che certi parametri biologici e antropologici confermerebbero la dipendenza dello stato di salute, dal grado di scollamento individuale che può instaurarsi tra soma e componente emozionale. Nel senso che, più ciascuno di noi è in armonia con le tutte le sue parti, più il benessere modula una secrezione di ormoni e neurotrasmettitori a impronta positiva.
Più il conflitto tende ad ampliarsi, maggiormente il rapporto col corpo si farà distratto e punitivo.

Non quindi la ricerca di standard di riferimento rigidi, inossidabili, perenni nel tempo e nello spazio ma modelli flessibili e molto originali, che nel dettato istituzionale della fisiologia, realizzino una condizione di benessere assolutamente personale e che compiutamente si accorda con l’espressione genica e ambientale di ciascuno di noi.
Una condizione di euritmia, insomma, di armonia, di equilibrio tra pulsioni di ambienti intra ed extracorporei che, unitamente al rispetto delle leggi della Scienza medica, può decodificare in parte l’adesione o il fallimento di un messaggio di benessere legato anche alla nutrizione. Dal rispetto di questi criteri ne potrebbe conseguire un insperato adattamento verso condizioni successive, diverse, capaci di tradurre limiti dinamici in adattamenti imprevisti, straordinari, in accordo con rinnovamenti offerti da una rispettosa e costruttiva modernità.

Nel suo meraviglioso libro “ Tre millimetri al giorno”, lo scrittore americano Richard Matesini descrive mirabilmente le disavventure di un americano medio, Scott Carey, alle prese con un evento fantascientifico di rimpicciolimento, graduale, lento, progressivo, inarrestabile e quotidiano del proprio corpo, fino al timore di una sua scomparsa totale.
Le descrizioni delle sensazioni corporee e della dipendenza dalla propria fisicità, consentono all’autore di sfruttare pienamente la metafora del disagio dell’anormalità, sino al conforto ispirato dalla consapevolezza della permanenza dell’anima, della mente. Ne consegue un insperato adattamento verso mondi nuovi, diversi che si traducono in un adattamento imprevisto, straordinario verso i cambiamenti imposti dalla modernità.